cosa sono le classi subalterne?10 puntiiiii al migliore?

ciao ragazzi ho un problema non so cosa sono le classi subalterne.

Answer 1

Le classi sociali fondamentali dell’Ancien Régime erano
fondamentalmente:
l’aristocrazia burocratica di Stato
, costituita dal re, dal governo e da quella parte della corte che in qualche modo interveniva direttamente nei processi decisionali, che nel regime dell’Assolutismo ereditato da Luigi XIV rappresentava la classe sociale dominante dal momento che deteneva nelle sue mani la quasi totalità del potere politico;
l’aristocrazia tradizionale,
una specie di burocrazia politico-militare di origine medioevale a cui era affidata la gestione amministrativa dello Stato da cui traeva i propri privilegi, che si caratterizzava per la attribuzione individuale delle cariche e dei poteri e per la loro trasmissione ereditaria;
la burocrazia clericale,
che partecipava insieme alla aristocrazia tradizionale alla gestione amministrativa dello Stato e alla possibilità di sfruttamento delle classi popolari tipiche dell’aristocrazia tradizionale;
la borghesia commerciale,
industriale e finanziaria, che, a partire dal regno di Luigi XIV e, quindi, dalla nascita della aristocrazia burocratica di Stato in quanto classe sociale dominante autonoma rispetto alla aristocrazia tradizionale e portatrice di interessi radicalmente diversi – il primo interesse della aristocrazia di Stato, al contrario della aristocrazia tradizionale non è l’aumento dei propri privilegi economici, ma il costante incremento del sovrapotere istituzionale e sociale concentrato nelle sue mani -, era riuscita a ritagliarsi degli spazi sempre maggiori nel sistema economico e sociale francese;
le classi sociali subalterne
, costituite in prevalenza da contadini e da artigiani.

Answer 2

a parte che ancora oggi viene usato questo termine, soprattutto in campo lavorativo per definire una posizione inferiore di un soggetto rispetto a un altro…
quindi vien da sè considerare una classe subalterna una classe subordinata a un’altra, ovvero che ricopre un livello più basso nella scala sociale…
nella rivoluzione francese con tale termine venivano indicati gli appartenenti al terzo stato

Answer 3

semplice
ci sono le classi sociali varie no?
e come tutte le divisioni in classi della popolazione, c’è chi comanda e chi no
le classi dominanti nel periodo della rivoluzione francese erano la nobiltà e il clero 8i cosiddetti primo e secondo stato)
le classi subalterne erano quelle che non avevano privilegi, erano poveri eccetera, cioè il osiddetto terzo stato

Answer 4

Nel caso della rivoluzione francese, si intende il Terzo Stato cioè la borghesia, i contadini e gli operai oppressi dagli altri due stati, la nobiltà e il clero.
Dal 1850, nella dottrina marxista, il termine classi subalterne, indica il proletariato oppresso dal capitalismo borghese.

Answer 5

Cerca su wikipedia li trovi tutto il significato Ciao

Answer 6

La prima parte di questo intervento ha suscitato varie reazioni, per lo più positive. Non è però mancato qualche commentatore che ha approfittato del pezzo per attaccarmi, in genere aggrappandosi a cose che con l’articolo non avevano nulla a che vedere. Il caso più clamoroso, per poca intelligenza, è quello di un tizio che si è valso del sottotitolo – “Il ƈɾąƈƙ finanziario spiegato al popolo” – per accusarmi di volermi atteggiare a intellettualino che parla ai classici “poveri ignoranti”. Non ha colto l’intenzione ironica, né l’avvertimento che la trattazione dell’argomento sarebbe stata di stile colloquiale.
A parte i casi palesi di imbecillità, c’è stato anche chi, prendendo a pretesto una mia frase volutamente paradossale – sugli Stati Uniti che “non producono un *****” – ha voluto elencarmi tutta una serie di beni che gli Usa invece producono, dalle sigarette Marlboro, agli aerei, alle biotecnologie.
Per lo meno, in questo caso una base di ragionamento c’era, solo che l’interlocutore sottovalutava le mie conoscenze. Un paese in cui l’industria manifatturiera produce appena il 15% del PIL (nel 2002: oggi è molto meno) e le importazioni superano enormemente le esportazioni, è un paese che “non produce un *****”. Non lo dico io. Lo dice Emmanuel Todd in Dopo l’impero (Tropea, 2003; si vedano le pagine 75-96 dell’edizione francese, Gallimard, 2002, che è quella che ho io). Lo aveva già detto Immanuel Wallerstein in Il declino dell’America (Feltrinelli, 2004; di lui si legga anche questa recentissima intervista, in francese e in spagnolo, nonché questo intervento. Insomma, io sto cercando di far conoscere tesi altrui, non mie. Se ometto una bibliografia è solo per gli intenti divulgativi che perseguo.
Per i pignoli, considerazioni molto simili alle mie si trovano negli ultimi numeri di Proteo, la rivista quadrimestrale del Centro Studi sulle Trasformazioni Economico-Sociali, e soprattutto in questo saggio di Giorgio Gattei, da cui ho largamente attinto.
E se scrivo che oggi Goldfinger, violato Fort Knox, vi troverebbe solo ragnatele, sto esponendo in linguaggio magari pittoresco una verità nota a tutti: l’attuale insufficienza delle riserve auree americane, in rapporto alla quantità di dollari in circolazione. Chi non lo sa veda di informarsi. Come veda di leggersi la semplice voce “Federal Reserve” su Wikipedia, per capire come la Fed possa modificare, attraverso il tasso ufficiale di sconto, un tasso di interesse in teoria di competenza del mercato.
Ma ora lascio le quisquilie e torno al discorso che stavo facendo.
6. La classe “smaterializzata”
Un certo Harry Braverman, operaio americano e redattore della Monthly Review, scrisse nel 1974 un libro eccellente: Lavoro e capitale monopolistico (Einaudi, 1975). In esso sosteneva che Monsieur Le Capital rimodella di continuo le classi subalterne, secondo le sue convenienze. A volte sono il classico proletariato di fabbrica. Altre volte si tratta di soggetti apparentemente autonomi (dagli impiegati, ai precari con partita IVA, ai “collaboratori esterni” così diffusi ai nostri tempi). Comunque è sempre la classe operaia ribattezzata in vari modi, senza che la sua subalternità venga meno. Gente coinvolta nella valorizzazione del capitale, in maniera diretta o indiretta, a seconda delle fasi storiche. Lungo filiere di produzione che si propagano territorialmente, nel paese d’origine o altrove.
Il “decentramento produttivo” degli anni Settanta ha avuto il suo corollario nella “delocalizzazione” degli anni Duemila. Grazie alla cosiddetta “globalizzazione”, cioè alla vittoria del capitalismo soprattutto americano sul socialismo “reale”, ogni padrone ha potuto cercare altrove manodopera a minor costo. La ha trovata in Asia, in America Latina, nei paesi dell’Europa orientale. Operai che si accontentano di un salario da due soldi, tanto per non patire la fame (sono oltre 18.000 le imprese italiane impiantate in Romania). Salari ridicoli, da filiali georgiane, moldave, polacche, persino ceche (la Cecoslovacchia, quando era unita, fu un po’ il fiore all’occhiello, sul piano della produzione industriale, del sistema sovietico). E’ ritornello insistente quello che la classe operaia sia in via di sparizione, che il lavoro “immateriale” abbia preso il suo posto, che non rimangano altro che declinazioni della classe media. In realtà, su scala mondiale, gli operai si sono moltiplicati, con una distribuzione geografica dipendente dal luogo in cui si insediano le attività produttive. Il falso lavoro autonomo, invece, prospera in tutto l’Occidente (Usa+Europa+Giappone, oltre a Canada e Australia).
Monsieur le Capital, a questi primi risultati, stappa bottiglie di champagne. Trova manodopera in condizioni quasi schiavistiche qui e là per il mondo, può dissolvere lentamente la forza-lavoro interna, “esternalizzare” rami produttivi in sovrappeso, frullare in pezzettini la classe a lui antagonista, in modo che non abbia nemmeno più la percezione di essere una class

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